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martedì 17 febbraio 2015

Whiplash, la recensione



Nel giorno dell'uscita nelle sale del tanto discusso 50 sfumature di grigio, vede finalmente la luce anche nel nostro paese il celebratissimo Whiplash, il film del trentenne Damien Chazelle che ha fatto spellare le mani dagli applausi alla critica americana, che lo ha eletto, a pari merito con Boyhood di Richard Linklater, miglior film del 2014.




Che Whiplash fosse un eccezionale esempio di cinema indipendente in grado di coinvolgere come ed anche più di un blockbuster estivo da 200 milioni di dollari era forse già ravvisabile dallo splendido trailer (uno dei migliori visti quest'anno, insieme a quello del Mad Max: Fury Road di George Miller, in arrivo a maggio). Un Oscar andrebbe dato immediatamente a colui che ha sapientemente montato quel trailer (Oscar, ci torneremo tra un po'). Quello che probabilmente è stato speso per il catering del solo Robert Downey Jr. durante la realizzazione del prossimo Avengers Damien Chazelle lo ha investito nel suo primo importante lavoro registico, riuscendo forse anche a far avanzare qualche spicciolo per comprarsi lo smoking adeguato per la serata del 22 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles. Dispiace, comunque, non avere neanche la minima chance di vederlo salire la scalinata e ritirare il premio, perchè il povero Damien è immeritatamente fuori dalla cinquina del Miglior Regista. Firmiamo tutti una petizione per fargli prendere il posto del Morten Tyldum di The Imitation Game. Cazzate a parte, cos'è Whiplash?   
   
Andrew Neiman (Miles Teller, sarà Mister Fantastic, un giovane talento da tenere d'occhio, qui veramente eccezionale) è un ragazzo con il sogno di diventare uno dei migliori batteristi del pianeta. Le dure lezioni quotidiane dello spietato maestro Terence Fletcher (un J. K. Simmons in forma smagliante, pronto a prendersi la sua buona dose di celebrità dopo anni da caratterista, soprattutto per i fratelli Coen, per Jason Reitman e per Sam Raimi nei suoi Spider-man) metteranno seriamente alla prova l'integrità fisica e psicologica del motivatissimo Andrew. Letta così può sembrare una trama banalotta, un po' vista e rivista in un certo tipo di cinema (quello sportivo su tutti). E non vi nego che il pregiudizio che si potesse trattare dell'ennesima storia di amore/odio e rivalità tra maestro ed allievo si era insinuato in me già da qualche mese, da quando cioè Whiplash ha iniziato a far parlare di sé negli States (comparendo nelle liste dei migliori film dell'anno dei vari Quentin Tarantino ed Edgar Wright). Quello che non mi ero nemmeno lontanamente sognato di trovare è un film brillante, veramente coinvolgente, fresco e a tratti un vero e proprio inno alla lotta per l'autorealizzazione, ed il sospetto di una possibile paraculata tanto amata dai giudici dell'Academy è completamente svanito dopo appena 20 minuti dall'inizio di questo gioiellino. Whiplash non solo trasuda amore per il cinema, non solo è uno splendido omaggio alla musica jazz, ma sembra anche urlare a squarciagola di lottare non per realizzare i propri sogni, ma per difenderli. 

Il ritmo forsennato contribuisce a far scorrere un'ora e 40 di film come fossero trenta minuti, merito non soltanto di uno dei montaggi meglio curati visti negli ultimi anni (e non premiarlo con un Oscar sarebbe un crimine contro l'umanità - lo meriterebbe anche solo per gli straordinari cinque minuti finali) ma di una scrittura e uno sviluppo dei personaggi mai banale e veramente sorprendente: e non si tratta assolutamente di poca roba in un film in cui il rischio di cadere nel prevedibile e nello scontato era dietro l'angolo - il climax di metà film, oltre ad andare contro ogni aspettativa, rappresenta uno dei momenti più alti dell'intera pellicola. Il rapporto tra il giovane Andrew ed il dittatoriale Fletcher (quasi un sergente Hartman del mondo della musica, e non so se sia un caso che il physique du role di Simmons richiami molto quello dell'indimenticabile R. Lee Ermey) è gestito sapientemente e rappresenta quello che forse prima o poi nella vita chiunque abbia una qualsiasi aspirazione è destinato ad incrociare sul proprio cammino: una grande prova in grado di rimettere tutto in discussione (obiettivi personali compresi) e costringere a  fare i conti con le proprie motivazioni. Da standing ovation (come già detto) la regia (ferma e attenta, con splendidi giochi di fuochi e profondità di campo, che guadagna punti soprattutto grazie ad un montaggio perfetto) e soprattutto la sensazionale colonna sonora tutta jazz.

Non è un'esagerazione promuovere Whiplash, quando siamo appena a metà febbraio, come uno dei migliori film di questo 2015, e sono sicuro che ce lo ritroveremo anche nella consueta lista di fine anno. Un po' meno probabile sarebbe vederlo trionfante domenica 22 febbraio alla cerimonia degli Oscar, non perchè non se lo meriti ma più per il fatto che sarebbe un colpo di scena davvero clamoroso la vittoria di un film che sicuramente non fa lo stesso rumore di un Boyhood o di un Birdman, men che meno di un American Sniper, ma che, senza ombra di dubbio, se li mangia a colazione. Tutti e tre.

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